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La Sindrome

Andrea Panza, Romanzi, pubblicato il 07 Dicembre 2011

La sindrome. Ossia, una moderna "educazione sentimentale". Il teatro in cui si snoda questa bellissima storia è duplice: da un lato lo spazio dell’adolescenza, una Bari "lenta ad addormentarsi come ovunque ci sia il mare ad eccitare i sogni della gente", una Bari "con le sue cianche bianche e nere", una Bari "città di ruderi"; dall’altro lato la metropoli moderna, Milano, dove si parla la lingua del mercato e la vita è un "volteggiare senza direzione in un cielo bianco di foschia". Anche il tempo della storia è duplice: la seconda metà degli anni ’90, che registra il difficile trascorrere dell’adolescenza, e il 2011, il tempo del lavoro, il tempo dei molteplici rapporti amorosi sviliti. Il protagonista si racconta come un "diverso" e in capitoli alterni analizza con lucidità il suo presente e il suo passato. Ne emerge un racconto di formazione nel quale l’episodio della bicicletta diventa la metafora esemplare di un’esistenza. Imparare ad andare in bicicletta è impresa difficile come imparare l’amore, e riconoscerlo, come imparare a fare a meno delle parole e a capire il valore di un gesto, di uno sguardo, specialmente se carico di "azzurro". Ma il protagonista imparerà solo tardi, perché la bicicletta cromata e lucente non verrà usata e sarà messa in disparte alla pari dei sentimenti naufragati o mai nati: sfide che lui non accetta quando sa di non poter vincere. Così, per paura, non è capace di amare. Andrea Panza ci sa ben restituire i momenti dell’adolescenza trascorsi a scuola, in disparte, alla tastiera del pianoforte o su quella indimenticabile panchina dove il contatto e non le parole, un doppio gesto armonico e speculare delle braccia sue e del compagno "azzurro" Nicolas che gli insegna le mosse di Karate sono già "aletheia" cioè verità e svelamento. Ma l’adolescenza si rivela un vestito che non copre, una maschera fragile, incerta, insopportabile, che non ripara, un momento in cui il corpo già esige e tuttavia spaventa. Alla forma espressiva delicata di questi momenti si contrappone il linguaggio aspro, paragonabile alla pittura livida di Cranach, che connota i momenti dell’età adulta: di grande effetto il locale notturno con il sipario nero dietro al quale, in una sorta di "girone dantesco" i gemiti di anime dimenticate da Dio e dagli uomini, impegnate ad inseguirsi e a respingersi, riempiono la penombra. Altrettanto efficace la scena d’apertura nell’ambulatorio medico dove si aspettano gli esiti del test di AIDS. La solitudine del protagonista nasce dal suo "presunto senso di superiorità", da "un’inconfessabile forma di disprezzo con cui è abituato a connotare - l’altro da sé -", da quella sindrome rara e dal nome tedesco impronunciabile di cui si sente affetto. Ma è il suo analfabetismo sentimentale la causa di tutto, la sua ignoranza di ogni Ars Amandi possibile, l’incapacità di "distinguere tra sogni e capricci", l’inseguimento di incontri erotici che lo rendono "più nauseato che esaudito". Un povero don Giovanni assetato di una "conoscenza" che non potrà mai raggiungere. Solo alla fine si compirà la sua "educazione sentimentale": quando riabbraccerà Nicolas, l’amico di cui non ha mai saputo interpretare lo sguardo "azzurro". Quando finalmente "l’amore smetterà di fare male". L’unico e principale motivo per cui, secondo Andrea Panza, si scrivono romanzi. E noi lettori non possiamo fare altro che dargli ragione. (Nadia Bertolani, scrittrice e lettrice della community ilmiolibro.it)

 

 


Riassunto dell'Opera

"La sindrome" è una riflessione romanzata sul narcisismo, osservato dal punto di vista non sempre lineare del narcisista. Il protagonista della storia, un ragazzo omosessuale talmente alla ricerca di se stesso e di "qualcuno come lui" da non avere neanche un nome, è inquadrato in due momenti diversi della sua vita, narrati in parallelo in una sorta di diario incrociato. L'adolescenza al liceo a Bari e la prima età adulta nel frenetico mondo di lavori, aperitivi e locali della Milano di oggi. Nella sua ricerca di sé il personaggio si scopre affetto da «una strana sindrome dal nome teutonico e impronunciabile», anch'essa mai nominata, che gli impedisce di comprendere i "linguaggi non verbali" inviati dalle persone che lo circondano e, più in generale, gli impedisce di comprendere gli altri così come comprende se stesso. («Conoscere gli altri come si conoscerebbe se stessi è un'impresa altrettanto complicata che pretendere di conoscere se stessi conoscendo gli altri»). La progressiva consapevolezza di questa sindrome aiuta il protagonista, "un perfetto solitario", a realizzarsi nella vita, almeno agli occhi degli altri. Quanto questo potrà bastare a lui per accontentarsi, per sentirsi soddisfatto "guardando i suoi stessi occhi nello specchio"? E' questa la domanda che pervade l'intero doppio diario, con un finale in grado di lasciare buone domande, più che facili risposte.

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